Cicloturismo · Monferrato

QUANDO FAUSTO DIVENTO’ COPPI

Prima firma della Gazzetta dello Sport e del giornalismo sportivo italiano, Claudio Gregori è innamorato di ciclismo.

coppiGregori conosce come pochi l’epopea eroica delle due ruote. Nessuno come lui sa raccontare grandi campioni come Fausto Coppi. Ecco un esempio

Anche nel ciclismo vale la teoria della relatività. Non è solo l’aritmetica, ma il contesto che dà la misura autentica dell’impresa. Un esempio. La Cuneo-Pinerolo, vinta da Coppi nel Giro del 1949, regalò un assolo impressionante sul piano numerico: 192 chilometri di fuga e 11’52” di vantaggio sul secondo. Ma è un fatto non marginale a renderla straordinaria: il secondo era Bartali. Cioè l’uomo che dieci mesi prima, su quei monti, aveva schiantato Louison Bobet al Tour. L’uomo che sul Vars e sull’Izoard aveva costruito la sua leggenda. L’Homme de Fer. Coppi, all’esordio su quei monti, aveva piegato quel gigante nel suo regno.

Se applicassimo un criterio puramente aritmetico alla Milano-Sanremo, allora potremmo dire che la più grande prodezza fu compiuta da Girardengo il 14 aprile 1918: una fuga solitaria di 203 chilometri, chiusa con 13’ di vantaggio sul secondo, Belloni, e 59’ sul terzo, Agostoni. Il famoso assolo di Coppi, infatti, fu più corto: <solo> 151 chilometri. Invece l’impresa di Coppi fu più grande.

Mentre Girardengo era stato protagonista nelle due Sanremo precedenti, Coppi era un “revenant”. Tornava dall’Inferno. Aveva passato 22 mesi in un campo di prigionia in Africa. Era tornato pelle e ossa con un marchio indelebile: la scritta “prisoner of war”, sulla pelle e nel cuore. Pavesi, il direttore sportivo che lo aveva guidato alla Legnano nella vittoria al Giro d’Italia del 1940, quando lo vide, si spaventò. Con occhio clinico lo scrutò, come un mercante d’arte studia un capolavoro maltrattato. La sua pipa emise uno sbuffo di fumo che disegnò nell’aria un punto interrogativo. Poi scosse la testa e sussurrò: <L’è trop magher>. Pavesi è il direttore sportivo che ha vinto di più del ciclismo italiano. Conosceva bene il potenziale di Coppi. Sapeva che aveva cinque anni meno di Bartali. Ma non ebbe dubbi: pensò che il capolavoro che aveva conosciuto fosse andato distrutto come gli affreschi del Mantegna nella Cappella Ovetari a Padova. Sicuro, scelse Bartali. Coppi passò alla Bianchi e la Grande Sfida ebbe inizio.

Coppi aveva già vinto 5 corsette nella seconda metà del 1945, in 4 arrivando solo. Ma erano sfide tra superstiti. L’assolo più grande era durato 15 chilometri. Alla Sanremo, il 19 marzo 1946, il campo era completo: c’erano gli stranieri e 107 concorrenti contro i 32 della Sanremo del ’18. Per Coppi era la prova della verità. Si era sposato. Aveva cambiato casa, paese, stile di vita. Era l’enigma, che la corsa doveva sciogliere. Lo fece subito.

Coppi andò in fuga a Binasco, a 284 chilometri dal traguardo. Il francese Lucien Teisseire – un corridore atletico e potente, che aveva vinto la Parigi-Tours ed era salito sul podio sia al Mondiale che alla Roubaix – con un attacco aveva tolto di mezzo gli altri compagni di fuga, ma dopo Masone Coppi lo aveva liquidato a 151 chilometri da Sanremo. Aveva scalato da solo il Turchino. Era planato come un falco in picchiata verso il mare.

La gente, ferita dalla guerra, incredula, lo vedeva sfrecciare tra le palme e le agavi come un’apparizione mozzafiato, su un orizzonte di morte. Via, nel scintillare favoloso dei raggi delle ruote. Elegante. Armonioso. Tutto in Coppi era euritmia. Quel cavaliere fioriva come un sogno irreale, insieme alla primavera e alla Rinascita.

Coppi era arrivato solo a Sanremo. Dietro di lui il vuoto. Gli occhi impazienti frugavano sul fondo del vialone. Invano. Non arrivava nessuno. Persino Nicolò Carosio, che faceva la radiocronaca, si era trovato in difficoltà. Aveva interrotto la diretta dicendo: <In attesa degli altri corridori trasmettiamo musica da ballo>. Un episodio piccolo e memorabile, che impreziosisce la leggenda.L’indomito Teisseire arrivò dopo 14 minuti. Ricci, Bartali, Canavesi, Ortelli, Leoni e il gruppo dopo 18’30”. Quel giorno la paura, il dolore, il disincanto, tutto evaporò. La gente, a bocca aperta, si misurò con il miracolo.

Claudio Gregori