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La culla del falco e l’amico ritrovato

Era lassù, mi stava aspettando. Sulla cima di quella specie di pino marittimo che spicca a metà della salita verso Grazzano Badoglio. Una pianta altiissima e solitaria, con gli ultimi rami che si aprono a culla. Proprio lassù, il mio amico falco ha cancellato i miei timori, la mia convinzione che non l’avrei più rivisto.
Stavo pedalando da quasi 3 ore, mi sono fermato più vicino che ho potuto all’albero e l’ho osservato, il naso all’insù. Lui ha sporto la testa oltre l’ampio petto, ho sentito i suoi occhi scrutarmi. Ho avuto l’impressione che soppesasse la mia figura: le gambe che iniziano a sfinarsi, la pancia un po’ più magra, il volto che si sta asciugando.
Mi ha studiato. Poi si è rizzato sulle zampe e si è lanciato. Ma prima che aprisse le ali, veleggiando maestoso nella vallata verso Montemagno, l’amico falco mi ha lanciato un’ultima occhiata. Mi è sembrato di sentire una voce. Mi è parso che da lassù mi gridasse “bene”